Quando si pensa di iniziare una psicoterapia, è naturale chiedersi che cosa accadrà concretamente durante le sedute. Dovrò semplicemente raccontare quello che mi succede? Sarà il terapeuta a dirmi cosa devo fare? Parleremo del mio passato? Ci saranno esercizi da svolgere tra un incontro e l’altro?
La terapia cognitivo comportamentale, conosciuta anche come TCC o CBT (Cognitive Behavioral Therapy), è un approccio psicoterapeutico basato su evidenze scientifiche che pone particolare attenzione alla relazione tra il modo in cui interpretiamo ciò che ci accade, le emozioni e le sensazioni che proviamo e i nostri comportamenti.
È una terapia strutturata, ma questo non significa seguire uno schema identico per tutti. Esistono modelli e protocolli di trattamento studiati scientificamente, ma il percorso viene costruito tenendo conto della persona: della sua storia, del funzionamento del problema, dei suoi obiettivi, delle sue risorse e delle sue esigenze.
Prima di chiederci semplicemente “quale tecnica utilizzare?”, quindi, è necessario comprendere una domanda più importante:
Come funziona questa difficoltà, in questa persona, in questo momento della sua vita?
È da questa comprensione condivisa che prende forma il percorso terapeutico.
Che cosa significa “cognitivo comportamentale”?
Il modo in cui reagiamo a una situazione non dipende soltanto da ciò che accade, ma anche dal significato che attribuiamo a quello che sta accadendo.
Pensieri, emozioni, sensazioni fisiche e comportamenti sono strettamente collegati e possono influenzarsi reciprocamente.
Pensiamo a una situazione semplice: dobbiamo fare una presentazione davanti ad altre persone.
Se penso “Farò una figuraccia, si accorgeranno tutti che sono agitato”, potrei provare ansia, sentire il cuore accelerare o avvertire tensione nel corpo. Potrei iniziare a parlare velocemente, evitare di guardare le persone, prepararmi in maniera esasperata oppure cercare un modo per non affrontare affatto la situazione.
Alcuni di questi comportamenti possono dare sollievo nell’immediato ma, in determinate circostanze, contribuire a mantenere nel tempo la convinzione iniziale: “Questa situazione è pericolosa e non sono in grado di affrontarla”.
La CBT cerca quindi di comprendere come questi diversi elementi interagiscono e quali meccanismi contribuiscono a mantenere una difficoltà nel presente.
Questo non significa imparare a “pensare positivo” o sostituire ogni pensiero negativo con uno positivo. Significa imparare a osservare il proprio modo di interpretare le situazioni, verificarlo quando necessario e sperimentare modalità di risposta più flessibili e funzionali.
La componente cognitiva riguarda quindi anche il modo in cui interpretiamo noi stessi, gli altri e ciò che ci accade; quella comportamentale riguarda ciò che facciamo concretamente e le esperienze attraverso le quali possiamo apprendere modalità differenti di risposta.
“Perché la CBT viene definita evidence-based?”.
Dire che la terapia cognitivo comportamentale è un approccio evidence-based, cioè basato sulle evidenze, non significa semplicemente attribuirle un’etichetta di scientificità.
Significa che i suoi modelli e i suoi interventi vengono sottoposti alla ricerca scientifica e che le conoscenze prodotte dalla ricerca contribuiscono a orientare e aggiornare la pratica clinica.
Ma lavorare secondo un approccio evidence-based non significa applicare automaticamente un protocollo a una diagnosi.
La pratica psicologica basata sulle evidenze integra le migliori conoscenze scientifiche disponibili con la competenza clinica del professionista e con le caratteristiche, il contesto e le preferenze della persona.
La ricerca offre quindi indicazioni importanti su quali interventi abbiano dimostrato efficacia per determinate problematiche; il lavoro clinico richiede poi di comprendere come utilizzare queste conoscenze con la persona che abbiamo davanti.
Una terapia strutturata è una terapia standardizzata?
No.
Due persone possono arrivare in terapia descrivendo apparentemente lo stesso problema e avere modalità di funzionamento differenti.
Pensiamo, per esempio, a due persone che riferiscono attacchi di panico. Possono essere diverse le situazioni in cui gli attacchi compaiono, le sensazioni maggiormente temute, ciò che ciascuna persona pensa possa accadere, i comportamenti utilizzati per sentirsi al sicuro, gli evitamenti, la storia del problema e le eventuali altre difficoltà presenti.
La diagnosi, quando necessaria, può orientare il trattamento, ma non esaurisce la comprensione della persona.
Nella CBT questa comprensione viene organizzata attraverso la formulazione del caso: una sorta di mappa che permette di mettere in relazione le informazioni raccolte, comprendere il funzionamento della difficoltà e individuare i fattori che possono contribuire a mantenerla.
Nel mio lavoro utilizzo spesso anche schemi e diagrammi per rendere visibili questi collegamenti. La formulazione viene condivisa e discussa con la persona e può essere modificata durante il percorso quando emergono nuove informazioni.
Strutturata non significa standardizzata: il metodo offre una direzione, il percorso viene costruito sulla persona.
Cosa succede nelle prime sedute di una terapia CBT?
Le prime sedute servono innanzitutto a conoscere la persona e comprendere il motivo per cui ha chiesto aiuto.
Lascio spazio al racconto e, attraverso domande progressivamente più mirate, cerco di ricostruire che cosa sta accadendo, quando è iniziata la difficoltà, come si manifesta e quale impatto ha sulla vita quotidiana.
Vengono raccolte anche informazioni sulla storia personale e familiare, sulle esperienze significative, sulle risorse e su eventuali percorsi precedenti. Quando può essere utile, utilizzo inoltre questionari o test psicologici, sia nella fase iniziale sia durante il percorso.
Lo scopo non è soltanto attribuire un nome alla difficoltà, ma comprenderne il funzionamento.
Dopo le prime sedute, le informazioni raccolte permettono di costruire e discutere insieme una prima ipotesi: possiamo mettere in relazione situazioni, pensieri, significati, emozioni, sensazioni fisiche e comportamenti e osservare gli eventuali meccanismi che contribuiscono a mantenere il problema.
Su questa base vengono concordati gli obiettivi terapeutici.
Gli obiettivi non vengono imposti dal terapeuta e non sono necessariamente immutabili: durante il percorso possono essere verificati, modificati o integrati in base a ciò che emerge e ai cambiamenti raggiunti.
In terapia cognitivo comportamentale si parla anche del passato?
Sì.
L’idea che la CBT si occupi esclusivamente del “qui e ora” è una semplificazione.
L’attenzione ai meccanismi che mantengono una difficoltà nel presente è importante perché permette di individuare possibili leve di cambiamento. Ma il nostro modo di interpretare noi stessi, gli altri e ciò che ci accade non nasce nel vuoto.
La storia personale, le relazioni significative e le esperienze vissute possono aiutarci a comprendere come si siano sviluppati determinati schemi, convinzioni e modalità di risposta.
Quanto e quando approfondire il passato dipende dalla persona, dal problema e dagli obiettivi del percorso.
In alcuni casi può essere inizialmente utile concentrarsi maggiormente sulla sintomatologia più invalidante e sui meccanismi che alimentano la sofferenza nel presente. Quando è necessario, il lavoro può approfondire maggiormente le radici della difficoltà, rispettando i tempi della persona e ciò che emerge nel percorso terapeutico.
Lavorare sul presente non significa cancellare il passato.
Come si lavora durante una terapia CBT?
Una seduta cognitivo comportamentale non consiste soltanto nel raccontare ciò che è accaduto durante la settimana.
È uno spazio di confronto, ma anche di comprensione, osservazione e sperimentazione.
A seconda della problematica e della fase del percorso possiamo osservare pensieri ed emozioni, individuare comportamenti che contribuiscono a mantenere una difficoltà, mettere alla prova alcune convinzioni oppure sperimentare modalità differenti di affrontare determinate situazioni.
Le tecniche, quindi, non rappresentano il punto di partenza della terapia: sono strumenti scelti con uno scopo, sulla base della comprensione del problema e degli obiettivi concordati.
Comprendere ciò che ci accade: la psicoeducazione
Una parte del lavoro consiste nell’acquisire informazioni che permettano di comprendere meglio ciò che si sta vivendo. Questo lavoro viene comunemente definito psicoeducazione.
Pensiamo, per esempio, a un attacco di panico. Sensazioni come il cuore accelerato, le vertigini o la difficoltà a respirare possono essere interpretate come il segnale di un pericolo imminente. Questa interpretazione può aumentare ulteriormente la paura e l’attivazione fisica, alimentando un circolo che tende ad auto-rinforzarsi.
Comprendere questo meccanismo non significa liquidare l’esperienza con “è solo ansia”. Significa iniziare a riconoscere ciò che sta accadendo e acquisire strumenti per affrontarlo.
La CBT non insegna a pensare positivo
Questo è probabilmente uno degli equivoci più comuni.
Il lavoro cognitivo non consiste nel sostituire automaticamente un pensiero negativo con uno positivo.
Alcune interpretazioni possono diventare automatiche, rigide o essere considerate vere senza essere state realmente verificate. In terapia impariamo a riconoscerle, comprenderne il significato e, quando necessario, metterle alla prova.
Il terapeuta non stabilisce semplicemente quale sia il pensiero “giusto”. Attraverso domande e confronto, terapeuta e paziente esplorano insieme pensieri e convinzioni e cercano modalità di interpretare l’esperienza più flessibili, realistiche e funzionali.
Questo processo può avvalersi della scoperta guidata e del cosiddetto dialogo socratico.
Il cambiamento passa anche attraverso ciò che facciamo
Comprendere un meccanismo non sempre è sufficiente per modificarlo.
Anche i comportamenti possono contribuire a mantenere una difficoltà. Evitare continuamente ciò che ci spaventa, controllare ripetutamente qualcosa per sentirci sicuri o rinunciare a determinate esperienze può produrre sollievo nell’immediato ma, in alcuni problemi, contribuire a mantenere paura e insicurezza nel tempo.
A seconda della problematica possono quindi essere utilizzati interventi differenti: esperimenti comportamentali, esposizione quando indicata, modificazione di alcune abitudini, sviluppo di nuove competenze e altre strategie specifiche.
Non tutte le tecniche vengono utilizzate con tutte le persone.
Cosa succede tra una seduta e l’altra?
Una parte importante del cambiamento avviene nella vita quotidiana.
Per questo terapeuta e paziente possono concordare alcune attività da sperimentare tra una seduta e quella successiva: monitoraggi, schemi per osservare pensieri ed emozioni, letture, esercizi, esperimenti comportamentali o altre attività coerenti con il percorso.
Tradizionalmente queste attività vengono chiamate homework, cioè “compiti a casa”. Ma non siamo a scuola.
Non servono a prendere un voto né a stabilire se il paziente sia stato “bravo”. Servono a portare nella vita quotidiana ciò che stiamo comprendendo e sperimentando durante le sedute.
E se un’attività concordata non viene svolta?
Non si tratta automaticamente di un fallimento. Può essere molto più utile chiederci insieme che cosa l’ha resa difficile. Anche questo può fornire informazioni preziose e aiutarci ad adattare il lavoro.
Quanto dura una terapia cognitivo comportamentale?
Non esiste un numero di sedute valido per tutti.
Per alcune condizioni esistono trattamenti CBT con durate indicative studiate dalla ricerca, ma la durata effettiva del percorso dipende da diversi fattori: il tipo e la complessità della difficoltà, gli obiettivi concordati, la presenza di eventuali altre problematiche e ciò che emerge durante il trattamento.
Per questo è più corretto descrivere la CBT come una terapia orientata agli obiettivi piuttosto che promettere che sarà necessariamente breve.
L’andamento del percorso e gli obiettivi vengono verificati nel tempo e, quando necessario, rivalutati insieme.
Come si conclude una terapia?
Anche la conclusione fa parte del percorso terapeutico.
Quando gli obiettivi sono stati raggiunti e i cambiamenti sufficientemente consolidati, gli incontri possono essere progressivamente diradati. Quando utile, possono essere concordati anche successivi incontri di follow-up.
L’obiettivo non è rendere la persona dipendente dalla terapia.
È aiutarla a comprendere sempre meglio il proprio funzionamento, riconoscere i meccanismi che possono riportarla in difficoltà e acquisire strumenti che possa progressivamente utilizzare anche in autonomia.
Questo non significa arrivare a non provare più ansia, tristezza, rabbia, paura o altre emozioni spiacevoli: fanno parte dell’esperienza umana.
Significa sviluppare modalità più consapevoli, flessibili e funzionali di affrontare ciò che accade.
Per quali problemi viene utilizzata la CBT?
Nel corso degli anni sono stati sviluppati e studiati interventi cognitivo-comportamentali per numerose condizioni psicologiche.
Esistono, per esempio, trattamenti CBT supportati dalle evidenze e presenti nelle linee guida cliniche per differenti disturbi d’ansia, disturbo di panico, disturbo ossessivo-compulsivo, depressione e altre condizioni.
Questo non significa che esista un’unica CBT applicata nello stesso modo a qualsiasi problema: tecniche, protocolli e indicazioni variano in funzione della problematica e della persona.
È inoltre importante distinguere le condizioni per le quali esistono trattamenti CBT dalle specifiche aree cliniche di cui si occupa ciascun professionista.
Puoi approfondire le problematiche di cui mi occupo nella pagina Aree di intervento.
Un metodo strutturato, un percorso costruito sulla persona
La terapia cognitivo comportamentale mette a disposizione modelli, strategie e trattamenti studiati scientificamente. Ma avere un metodo non significa applicare lo stesso percorso a tutti.
Prima di scegliere come intervenire è necessario comprendere la persona, la sua storia, il problema che sta vivendo, ciò che contribuisce a mantenerlo e gli obiettivi che desidera raggiungere.
Terapeuta e paziente lavorano insieme: costruiscono e verificano ipotesi, osservano ciò che accade, sperimentano nuove modalità di risposta e valutano nel tempo ciò che sta funzionando e ciò che necessita di essere modificato.
L’obiettivo non è insegnare quale sia il modo “giusto” di pensare, ma aiutare la persona a comprendere meglio il proprio funzionamento e sviluppare modalità più flessibili e funzionali per affrontare le proprie difficoltà, affinché gli strumenti acquisiti possano progressivamente diventare suoi.
Fonti e approfondimenti
American Psychological Association (APA). Policy Statement on Evidence-Based Practice in Psychology.
Beck, J. S. (2020). Cognitive Behavior Therapy: Basics and Beyond (3rd ed.). Guilford Press.
National Institute for Health and Care Excellence (NICE). Linee guida e raccomandazioni per il trattamento di specifiche condizioni psicologiche.
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Se vuoi capire se la terapia cognitivo comportamentale può essere adatta alla difficoltà che stai vivendo, puoi contattarmi per un primo colloquio.
Ricevo adulti e giovani adulti online e in presenza in Casentino.